“YOU BLEED JUST TO KNOW YOU’RE ALIVE”
L’autolesionismo come vitalizzazione del dolore psichico
Che cos'è l'autolesionismo?
Sebbene non sia una patologia in sé, l’autolesionismo è un sintomo di disagio psicologico profondo che merita attenzione e comprensione.
Tagli, graffi, bruciature, morsi, percosse, riaprire vecchie ferite per impedirne la guarigione sono tra i metodi più comuni di autolesione al corpo.
L’autolesionismo è un comportamento deliberato e ripetuto che consiste nel causare volontariamente attacchi al proprio corpo, non accompagnato da una franca intenzione suicidaria. Questo fenomeno, spesso associato a difficoltà emotive e relazionali, rappresenta una sfida significativa sia per chi ne soffre sia per i professionisti della salute mentale.
L’esordio si verifica per lo più in età puberale, con un picco maggiore tra i 13 e i 18 anni mentre la sua frequenza tende a diminuire dopo i 25 anni.
Si stima che con la pandemia da Covid-19 in Italia il fenomeno sia addirittura raddoppiato passando dal 12-13% degli adolescenti e i giovani adulti al 22%.
Negli ultimi cinque anni si osserva un costante incremento dell’autolesionismo anche nelle carceri italiane, arrivando nel 2020 a contare 11.315 episodi.
Cosa si nasconde sotto a questi attacchi al corpo?
Le motivazioni alla base dell’autolesionismo sono complesse e variabili da persona a persona e sono spesso il risultato di una combinazione intricata di fattori emotivi, psicologici e sociali.
Disturbi come la depressione, il disturbo borderline di personalità e il disturbo post-traumatico da stress sono frequentemente associati all’autolesionismo. Anche esperienze di abuso fisico, sessuale o emotivo, così come difficoltà nelle relazioni interpersonali, bullismo e isolamento sociale possono contribuire allo sviluppo di questo comportamento.
Se dovessimo identificare alcune delle motivazioni più comuni sottostanti all’autolesionismo potremmo menzionare:
- la gestione dello stress: l’autolesionismo come un modo per gestire emozioni intense o per alleviare il dolore emotivo;
- il senso di controllo: in situazioni in cui una persona si sente impotente, l’autolesionismo può dare una sensazione temporanea di controllo;
- l’espressione di dolore interiore: l’autolesionismo può essere un modo per esternare un dolore emotivo che non può essere facilmente verbalizzato;
- l’autopunizione: infliggersi dolore come forma di autopunizione per sentimenti di rabbia, colpa o vergogna.
L’autolesionismo è dunque il tentativo di gestire il dolore psichico attraverso l’attacco al corpo, ossia una modalità dissociata di regolare le emozioni negative con l’intento di far diventare l’angoscia concreta, visibile perché non tollerabile nella mente.
La fuoriuscita del sangue è spesso vissuta come un momento catartico di sollievo, come a voler lasciar scorrere via il male che è dentro. D’altronde il sangue è vita, vitalità. Vi sarebbe dunque un effetto vitalizzante in questi tagli, una sorta di squarci aperti per far circolare emozioni interne a rischio di assideramento. Il tagliarsi a questo punto diventa una strategia per non impazzire o per non morire psichicamente.
Non è un caso che questo sintomo emerga in età puberale, cioè proprio quando il corpo inizia ad essere abitato dagli impulsi, che devono essere controllati o puniti. In quest’ottica quindi l’autolesionismo può essere interpretato anche come una modalità per chiedere aiuto, esprime la necessità di ricevere un contenimento affettivo.
Il taglio inoltre simbolicamente demarca un confine e può essere visto come un modo di ripristinare il conflitto tra sé e l’altro, quindi come risposta disfunzionale ad un blocco nel compito di separazione-individuazione. La possibilità di sentire e sentirsi attraverso il dolore aiuta a delimitare un confine, contenere l’interno e percepire l’esterno.
Quali sono le conseguenze?
Le conseguenze dell’autolesionismo possono essere gravi e includono soprattutto nei più giovani sentimenti di vergogna, colpa e isolamento. Inoltre costituiscono uno dei fattori di rischio per il suicidio/tentato suicidio in adolescenza.
Quando non resta un segreto che auto-isola, l’autolesionismo può addirittura diventare un vanto, le cicatrici diventano qualcosa di autentico e trasgressivo. È così che possono facilmente sfociare fenomeni di emulazione, soprattutto tra i banchi di scuola.
Come intervenire
In quanto fenomeno complesso, l’autolesionismo richiede una comprensione approfondita e un approccio compassionevole. Riconoscere i segnali di allarme e offrire un supporto adeguato può fare una grande differenza nella vita di chi ne soffre.
Affrontare una condizione come questa richiede un approccio multidisciplinare che coinvolga supporto emotivo, interventi terapeutici e, in alcuni casi, un trattamento medico personalizzato.
È fondamentale non assumere un atteggiamento giudicante né condannare il comportamento autolesivo, in modo da favorire la richiesta di aiuto a specialisti per un’adeguata valutazione e presa in carico.
In terapia è inoltre importante avvicinarsi gradualmente per costruire un’alleanza che permetta di comprendere e dare significato a quello che accade; ed eventualmente comunicare con il contesto in cui il soggetto vive per restituire una lettura di significato al blocco evolutivo in cui la persona si ritrova, ponendo la premessa per trasformare i fattori che lo hanno alimentato.
Bibliografia
XVIII rapporto sulle condizioni di detenzione. Suicidi e autolesionismo.
Di Agostino C., Fabi M., Sneider M. (2021) Autolesionismo. Quando la pelle è colpevole. L’Asino d’oro.
Marcazzan A. (seminario con) Adolescenti feriti. L’autolesionismo come modalità di espressione del dolore psichico nell’adolescenza contemporanea. Isipsé Milano, 16 marzo 2024.
Rosci E. (2003) Fare male, farsi male. Adolescenti che aggrediscono il mondo e se stessi. Franco Angeli.
Iris brano di Goo Goo Dolls
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