L’altra faccia del sintomo psicologico: da ospite indesiderato a occasione di crescita

Le ragioni che spingono a intraprendere un percorso di psicoterapia sono molteplici e altamente individuali. Spesso, però, la decisione di rivolgersi a un professionista della salute mentale è motivata dall’insopportabile condizione di sofferenza e disagio generata dalla comparsa o dall’acuirsi di un sintomo psicologico.

Il sintomo come ospite indesiderato

Spesso il sintomo viene visto come un intruso fastidioso, un corpo estraneo, che con il suo arrivo improvviso ha minato lo status quo individuale, impadronendosi dello spazio mentale. Un po’ come un ospite indesiderato, che non solo abbiamo accolto controvoglia in casa ma si è anche impossessato del nostro posto sul divano e del telecomando della TV.

La sua presenza prolungata mette comprensibilmente a dura prova “i nervi” e dal momento che non si riesce a mandarlo via con le proprie sole forze, si chiede aiuto a qualcuno per buttarlo fuori dalla porta. Pertanto, la richiesta che molto spesso perviene ad uno psicoterapeuta è quella di eliminare il prima possibile il sintomo, in modo da ripristinare lo stato psichico precedente alla sua intrusione.

Ma tutto si riduce a questo? Il sintomo è veramente solo una semplice aberrazione irrazionale di cui sbarazzarsi o come ciascuna medaglia, presenta un’altra faccia, in questo caso più favorevole, da prendere in considerazione?

Secondo la psicoanalisi è proprio così! L’idea che i sintomi psicologici possano portare con sé un valore positivo potrebbe sembrare paradossale, se non addirittura offensiva per coloro che ne soffrono, eppure, una riflessione più ampia mostra come questi sono esperienze umane più ricche e sfaccettate di quelle che sembrano.

I sintomi come messaggeri

La prima cosa da dire, o meglio da fare, è quella di mettersi in ascolto, perché un importante aspetto da sottolineare, su cui lo stesso Freud (1925) ha puntato i riflettori, è la dimensione comunicativa dei sintomi.

Essi parlano, segnalano. Sono dei messaggeri del nostro inconscio che possono dar voce a un disagio profondo, un conflitto irrisolto o un bisogno inascoltato. Ad esempio, Kohut (1971, 1977) sottolinea come diversi sintomi, definiti “narcisistici”, esprimano una profonda necessità di riconoscimento e valorizzazione del proprio Sé e un conseguente tentativo di preservarne l’integrità.

Mitchell (1993), invece, sottolinea come i sintomi non sono esclusivamente manifestazioni individuali, ma possono essere visti come il prodotto delle difficoltà nelle relazioni interpersonali, sia con le figure significative del passato che con le persone nel presente. L’ansia sociale, ad esempio, può derivare da esperienze precoci di rifiuto o da interazioni sociali che hanno contribuito a formare una sensazione di inadeguatezza e vergogna. Il sintomo, pur essendo doloroso e debilitante, funge da segnale che la persona sta lottando contro una percezione negativa di sé, spesso alimentata dalla paura di rifiuto o critica.

 

La funzione protettiva del sintomo

Il sintomo, pur apparendo disfunzionale, può rappresentare una forma di protezione da stati emotivi o desideri troppi intensi o traumatizzanti. Ad esempio Kohut (1977) sostiene che diverse manifestazioni dei soggetti che presentano una fragilità del Sé aiutino a salvaguardarsi da un’esperienza di “vuoto” interiore. Pertanto, i sintomi psicologici, in quanto espressione di difese psicologiche, aiutano la persona a mantenere una certa stabilità psicologica, seppur in modo poco funzionale a lungo termine.

I sintomi come occasione di riflessione

Viste in questo modo, le manifestazioni sintomatiche fungono da indicatori preziosi che pongono in allerta e spingono a riflettere su noi stessi. Non sono più nemici da eliminare ma, piuttosto, alleati che ci invitano a esplorare il nostro mondo interiore e ad aprire la porta a un importante processo di autocomprensione.

Cosa mi succede? Qual è la ragione? Perché mi comporto in un determinato modo? Qual è il motivo per cui soffro in determinate situazioni? Chi sono? Dove sto andando? Cosa sto cercando? Di cosa sento veramente il bisogno? Quali sono i miei desideri più profondi? E i miei valori? Perché non riesco a raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissata o ad avere una relazione? Per quale ragione non riesco a reagire diversamente in determinate situazioni? Cosa determina il mio modo abituale di fare esperienza degli altri e di me? E via dicendo.

Queste sono solo alcune delle infinite domande che sorgono nei momenti di profonda introspezione che fanno seguito alla salita al trono della mente di un sintomo psicologico. Ghezzani (2008) scrive: “Quando il soggetto incontra il proprio sintomo, è chiamato anche ad interrogarsi come esso abbia a che fare con la sua storia, con le esperienze che ha fatto e con la persona che è diventato/a.”

Il sintomo come catalizzatore di cambiamento

In virtù del processo di autoesplorazione a cui dà vita, il sintomo, infine, può svolgere un ruolo importante nel nostro viaggio di crescita personale (Jung, 1963), portando a una vita più autentica e a decisioni più consapevoli. Ad esempio, qualcuno potrebbe scegliere di cambiare carriera per seguire una passione, migliorare le proprie relazioni o dedicarsi alla cura di sé.

Non a caso molte persone che hanno affrontato e superato momenti di sofferenza riferiscono di aver vissuto un’esperienza di cambiamento profonda. Questi, lungi dall’essere un ostacolo insormontabile, possono diventare un catalizzatore per lo sviluppo di nuove competenze, di una maggiore comprensione di sé e di una resilienza inconsueta.

Conclusioni

È importante sottolineare che questa visione positiva dei sintomi psicologici non deve essere utilizzata per minimizzare la sofferenza delle persone che li manifestano. Questi hanno spesso conseguenze devastanti sulla vita di un individuo e necessitano di un trattamento adeguato.

Dare spazio a questa nuova prospettiva, però, permette di spostare l’attenzione dalla patologia alla persona. Invita a riconsiderare il rapporto con le proprie esperienze sintomatiche e a scoprire il loro potenziale trasformativo. Non significa negare la loro gravità, ma piuttosto aprire nuove possibilità di intervento e di sostegno, in cui diventano il punto di partenza per la trasformazione del sé e delle relazioni interpersonali.

Bibliografia

Freud S. (1925). Inibizione, sintomo e angoscia. In Opere, Vol.10, Bollati Boringhieri, Torino.

Ghezzani N. (2008). La logica dell’ansia. Empatia, ansia e attacchi di panico. Franco Angeli, Milano.

Jung C.G. (1961). Ricordi, sogni, riflessioni. Trad. it. 1998. Rizzoli, Milano.

Kohut H. (1971). Narcisismo e analisi del sé. Trad. it. 1976. Bollati Boringhieri, Torino.

Kohut H. (1977). La guarigione del sé. Trad. it 1980. Bollati Boringhieri, Torino.

Mitchell S. (1993). Speranza e timore in psicoanalisi. Trad. it. 1995. Bollati Boringhieri, Torino.

CIRO TIANO

Psicologo, Psicoterapeuta