Controvento: il prezzo di essere queer

Immagina di scoprire, nel corso della tua esistenza, che qualcosa di profondamente personale – qualcosa che non hai scelto, che non puoi cambiare, ma che ti definisce – viene guardato con disprezzo o paura dal mondo che ti circonda. Non si tratta solo di “sentirsi diversi”, ma di crescere e vivere in un contesto che spesso non lascia spazio all’autenticità, che induce a nascondersi, a temere, a provare vergogna.

Per molte persone LGBTQIA+,questa è un’esperienza quotidiana ed è proprio questa esperienza – più che l’orientamento sessuale o l’identità di genere in sé – a costituire il terreno fertile su cui si sviluppano vulnerabilità psicologiche profonde.

Dall’individuo patologico all’ambiente che genera sofferenza

Per lungo tempo, le discipline dell’area della salute mentale hanno guardato con sospetto e diffidenza l’omosessualità, le altre forme di orientamento non eterosessuali e le identità di genere non conformi, interpretandole erroneamente come segnali di disfunzione, devianza o vere e proprie patologie da curare.

Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a un cambiamento di paradigma fondamentale: si è progressivamente riconosciuto che l’essere LGBTQIA+ rappresenta una delle molteplici e legittime varianti dell’esperienza umana e che, in sé, non costituisce un indicatore di disturbo mentale.

È vero che la letteratura scientifica ha evidenziato una disparità significativa nell’area della salute mentale tra le persone LGBTQIA+ e la popolazione maggioritaria: le prime riportano, in media, livelli inferiori di benessere psicologico e sperimentano più frequentemente sintomi d’ansia, depressione, pensieri suicidari, comportamenti a rischio, uso problematico di sostanze e disturbi post-traumatici (Balsam et al., 2005; Hottes et al., 2016; Semlyen et al., 2016). Tuttavia, questa sofferenza non è inscritta nell’identità sessuale o di genere, ma affonda le sue radici nel modo in cui l’ambiente sociale reagisce a tali forme della soggettività umana.

Il rischio psicologico non risiede nella persona, bensì nel mondo in cui essa vive e in cui queste soggettività prendono forma. È la stigmatizzazione, il rifiuto, la violenza – esplicita e sottile – a segnare profondamente il corpo e la mente, a rendere quell’identità insostenibile, trasformandola in un’esperienza dolorosa, a volte traumatica.

Minority stress, stigma e trauma

Il contesto culturale in cui siamo immersi confonde spesso la norma statistica con la normalità psicologica e biologica, elevando l’eterosessualità e il binarismo di genere a standard desiderabili e accettabili. 

In questo quadro, le persone LGBTQIA+ vengono esposte a una forma specifica di stress, definita da Ilan Meyer come minority stress (1995, 2003). Non si riferisce a un disagio passeggero, ma a una condizione esistenziale cronica e logorante, che accompagna queste persone fin dall’infanzia e attraversa tutti i principali contesti di vita: la famiglia, la scuola, il lavoro, la comunità.

Si tratta di un’esperienza sistematica e pervasiva, che si somma agli stressor comuni condivisi da tutti gli individui, amplificandone gli effetti. 

Le ricerche più recenti confermano, infatti, ciò che molte persone LGBTQIA+ raccontano da tempo: appartenere a una minoranza sessuale o di genere espone a un numero significativamente più elevato di eventi stressanti. Studi su larga scala hanno mostrato che questa fetta di popolazione è più frequentemente vittima di comportamenti discriminatori, bullismo, esclusione sociale e, in casi più gravi, violenza fisica, verbale e sessuale (Institute of Medicine, 2011; Healthy People, 2014, 2015, 2016; Semlyen et al., 2016).

Tuttavia, questa forma di stress non deriva soltanto da eventi acuti, come aggressioni o discriminazioni esplicite, ma anche da esperienze quotidiane più sottili e meno evidenti, note come microaggressioni (Sue et al., 2007; Sue, Spanierman, 2020).  Si tratta di comunicazioni verbali o non verbali, spesso non intenzionali, che veicolano pregiudizi, insensibilità e svalutazione – microinsulti – oppure negano o ignorano i pensieri, i sentimenti o la realtà dell’esperienza LGBTQIA+ – microinvalidazioni. Battute ironiche, assunzioni eteronormative, invisibilizzazione sistematica, stereotipi: episodi apparentemente marginali che, nel loro reiterarsi, erodono lentamente il senso di sicurezza personale, l’autostima e la salute mentale.

Oltre al peso delle esperienze vissute, a incidere profondamente sul benessere psicologico delle persone LGBTQIA+ è anche lo stigma percepito: la sensazione costante di vivere in un mondo potenzialmente ostile rispetto al proprio modo di essere. Questo genera uno stato di allerta e vigilanza continua, la paura di essere riconosciuti per ciò che si è e di diventare, per questo, bersaglio di sguardi, parole o gesti discriminatori.

Infine, esiste una ferita ancora più silenziosa e profonda: quella che può formarsi dentro di sé. Quando i pregiudizi, le ostilità e i messaggi svalutanti provenienti dalla società si radicano interiormente – spesso fin dall’infanzia, attraverso la famiglia, la scuola, i media – diventando parte dello sguardo con cui ci si percepisce. Lo stigma interiorizzato può trasformarsi in ansia, vergogna, senso di colpa e disagio, fino a generare un rifiuto della propria identità. È quella voce interna che dice: “non esagerare”, “non dire chi sei”, “non farti vedere per come sei davvero”. 

È il bisogno di nascondersi, di adattarsi, di sopravvivere. Ed è proprio questa sopravvivenza, troppo spesso, a richiedere un prezzo altissimo: il prezzo dell’integrità, della spontaneità, della libertà. Una dinamica che rende ancora più difficile il cammino verso l’accettazione di sé.

Tutti questi elementi concorrono a generare un ambiente che, per molte persone, può lasciare ferite tanto profonde da assumere caratteristiche traumatiche. La letteratura parla, in questi casi, di Discrimination-Related Trauma (Fields et al., 2013): un insieme di esperienze traumatiche vissute esclusivamente in ragione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere. Traumi che possono condurre allo sviluppo di PTSD e il Disturbo Post-Traumatico Complesso (Carbone, 2008; Dragowski et al., 2011), ma anche a depressione, autolesionismo, dipendenze, disturbi alimentari, sintomi ansiosi e ridotta qualità della vita (Almeida et al., 2009; Dragowski et al., 2011; National Health Statistics, 2014).

Una responsabilità collettiva: costruire spazi che non feriscono, ma curano

La sofferenza psicologica delle persone LGBTQI+, come abbiamo visto, è il risultato dei colpi inflitti da una società che spesso li rende invisibili, sbagliati, indesiderabili. La responsabilità collettiva è enorme. I fattori di rischio connessi allo status minoritario non sono un destino biologico, ma un prodotto storico e culturale. Solo a partire da questo riconoscimento – come professionisti della salute mentale e come cittadini – possiamo costruire ambienti inclusivi, capaci non solo di non ferire, ma anche di prendersi cura.

Essere parte di una minoranza non dovrebbe mai coincidere con l’essere maggiormente esposti alla sofferenza. Ogni persona ha diritto non solo a vivere, ma a fiorire, nella piena autenticità del proprio essere.

Bibliografia

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Balsam, K. F., Beauchaine, T. P., Mickey, R. M., & Rothblum, E. D. (2005). Mental health of lesbian, gay, bisexual, and heterosexual siblings: Effects of gender, sexual orientation, and family. Journal of Abnormal Psychology, 114(3), 471–476. https://doi.org/10.1037/0021-843X.114.3.471

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Semlyen, J., King, M., Varney, J., & Hagger-Johnson, G. (2016). Sexual orientation and symptoms of common mental disorder or low wellbeing: Combined meta-analysis of 12 UK population health surveys. BJPsych Open, 2(4), 316–322. https://doi.org/10.1192/bjpo.bp.115.002261

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Sue, D. W., & Spanierman, L. B. (2020). Microaggressions in everyday life: Race, gender, and sexual orientation (2nd ed.). Wiley.

Ciro Tiano

Psicologo

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