Vittime Arcobaleno
I volti nascosti delle Microaggressioni
“Secondo me la bisessualità non esiste, è solo una fase. Non ti può andar bene tutto”
“Sei maschio o femmina?” rivolto ad una persona transgender
“Non sono contro i gay, l’importante è che mi stiano alla larga”
“Stavo solo scherzando, sei così suscettibile” dopo una battuta omotransfobica
“Hai un fidanzato? Ma i gay non pensano solo al sesso?”
Il mese del pride, in cui viene celebrato l’orgoglio LGBTQ+, sta per volgere al termine e ancora una volta ha visto scorrere tra le notizie diversi episodi di aggressione omobitransfobici.
Minacce, prese in giro, offese, epiteti denigratori. Sono tutte modalità di comportamento che attualmente subiscono una qualche forma di condanna pubblica che li considera episodi isolati ad opera di pochi scellerati violenti. Questi ‘microassalti’ manifesti sono, però, solo alcune delle forme di aggressione di cui sono vittime le persone LGBTQ+.
Nel corso della loro vita queste si trovano a dover subire continuamente attacchi da più fronti (media, amici, coetanei, colleghi, familiari, ecc.). Forme verbali e non verbali di discriminazione commesse senza intenzione cosciente dell’artefice. Comunicazioni che trasmettono stereotipi, insensibilità e svalutazione – ‘microinsulti’ – oppure tendono a non prendere in considerazione i pensieri, i sentimenti o la realtà della loro esperienza – ‘microinvalidazioni’.
Si potrebbe pensare che è poca roba rispetto a tutto quello che la comunità LGBTQ+ ha dovuto affrontare in passato nel nostro paese. Ma queste forme di microaggressione più sottili e meno evidenti non sono affatto innocue, anzi! Hanno il potere di lasciare profonde cicatrici in chi le subisce. Proviamo, quindi, a vedere insieme cosa accade dentro di loro ogniqualvolta si verifica un microinsulto o una microinvalidazione. Passo dopo passo.
Sogno o son desto? La fatica nel riconoscere una microaggressione
La natura spesso ambigua e torbida di queste tipologie di microaggressione, in cui a volte i messaggi impliciti ed espliciti si contraddicono, rende meno diretta la strada che porta la vittima alla conclusione che è stata protagonista di un episodio discriminatorio. Quest’ultima è costretta a rallentare per interrogarsi sulle motivazioni che hanno mosso chi l’ha aggredita, rimanendo incastrata in un conflitto interiore che disperde le sue energie mentali. “Mi ha detto quella cosa perché ha dei pregiudizi verso l’omosessualità o mi sbaglio?” “Si è comportat* in quel modo perché sono transgender oppure no?”
Una matassa non sempre facile da dipanare anche se alcuni elementi possono aiutare la persona LGBTQ+ a chiarire la situazione: ad esempio la relazione instaurata con chi ha messo in atto una microaggressione, oppure il contenuto tematico di quest’ultima, così come il grado di sviluppo identitario, le esperienze personali e la propria storia passata.
A questo punto è possibile osservare anche alcune risposte tipiche che il bersaglio di un attacco microaggressivo può mettere in campo nel tentativo di illuminare la questione e provare a gestire lo scompiglio emotivo che ne consegue.
- Ad esempio può rivolgersi ad altri membri della comunità LGBTQ+ per accertare la propria percezione di aver subito un attacco microaggressivo.
- Oppure c’è chi diffida delle giustificazioni attribuite ai comportamenti microaggressivi, dando una chance anche alle esperienze di discriminazione sperimentate nel passato, che permettono così una lettura alternativa degli eventi.
- Un’altra reazione comune è affidarsi completamente ai propri vissuti personali di aggredit* e rilanciare la colpa e la responsabilità al mittente, in modo da “camminare a testa alta” (Nadal, Davidoff, Davis et al., 2014).
- Alcun*, infine, piuttosto che dare spazio ai propri sentimenti feriti tendono a lasciar correre e a scagionare chi l* ha aggredit*. Le loro azioni vengono slegate da motivazioni individuali per essere riallacciate a determinanti più generali, ad esempio il limitato contesto culturale di appartenenza.
Possiamo vedere come tutte queste tipologie di reazioni aiutano, in ultima istanza, la persona LGBTQ+ a proteggersi e ad avere cura di sé. Il processo di valutazione si conclude, infatti, restituendo dignità alla sua esperienza personale e liberandola dal ruolo di colpevole per essersi sentita ferita, offesa ed umiliata.
La questione, però, non si esaurisce qui. A questo punto la vittima si trova di fronte ad un altro quesito da risolvere: “Cosa mi sta dicendo questa persona? Cosa sta comunicando con il suo comportamento?” Facciamo, quindi, un altro passo in avanti e proviamo a rispondere.
Messaggi microaggressivi
La microaggressione, come qualsiasi evento, non è mai asettica ma è sempre impregnata di significati. È portatrice di un messaggio che resta appiccicato sulla pelle della vittima, insinuandosi lentamente nell’immagine in cui ci si riflette. Se è vero che ciascun microinsulto e microinvalidazione ha il proprio tema, è vero anche che è possibile rintracciare alcune comunicazioni che colpiscono maggiormente le persone LGBTQ+ .
Vediamone insieme qualcuna.
Un’esperienza molto comune è quella della non appartenenza, il sentire che la propria presenza non è accettata: dalla scuola al lavoro, dal quartiere alla società in generale. “Questo è non il tuo posto” (Sue, D.W., Spanierman, L.B., 2020, p.105). È il caso di un uomo gay che non viene invitato dai colleghi eterosessuali ad una partita di calcio perché considerato non idoneo per il suo orientamento sessuale.
Un altro messaggio con cui spesso si devono scontrare è quello dell’anormalità. Un marchio che, muovendosi lungo un continuum, può riguardare l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere, i comportamenti, l’aspetto e finanche l’abbigliamento. Basti pensare allo sguardo fisso di alcune persone dinanzi ad una coppia queer che si tiene per mano.
Un ultimo significato altrettanto frequente che piomba sulle persone LGBTQ+ è che le loro esperienze sono universali e non esistono differenze individuali. Ad esempio quando si dà per scontato che tutte le donne transgender siano attratte sessualmente dagli uomini oppure quando si è sorpresi che una donna lesbica non abbia atteggiamenti tipicamente considerati maschili.
Accertata l’avvenuta microaggressione e decodificato il messaggio veicolato, non ci resta che fare l’ultimo passo e concludere questo viaggio all’interno delle vittime provando ad illustrare cosa portano con sé di questa esperienza.
Possibili ferite di un attacco microaggressivo
Le persone LGBTQ+, come sottolineato inizialmente, crescono in un contesto interpersonale che le sottopone costantemente ad attacchi microaggressivi, provenienti anche da parte di chi non ha alcuna intenzione di discriminare. È impensabile che tutto questo non abbia alcun effetto sul loro modo di agire, pensare e sentire così come il benessere psicologico personale.
È stato riscontrato, infatti, che le microaggressioni possono spingere chi le subisce nelle sabbie mobili dell’impotenza. Affermazioni del tipo “è inutile provarci” o “non posso farci niente” rendono tangibile il sentimento di inefficacia che padroneggia nei loro vissuti.(Sue, D.W., Spanierman, L.B., 2020, p.109)
Molte vittime si sentono poco considerate e non riconosciute. In un’unica parola, invisibili.
Altr*, invece, rivelano una perdita di integrità, con conseguenti sentimenti di codardia e tradimento, oppure un senso di inautenticità e falsità. Tutti vissuti collegati all’indossare una maschera che non rispecchi il proprio modo di sentire o pensare al fine di sopravvivere in un contesto discriminante.
Infine non è raro osservare nelle persone LGTBQ+ il timore e la consapevolezza che il proprio modo di agire abbia una portata che va ben oltre i confini personali. Da qui la forte pressione ad evitare di incappare in errori, fallimenti o comportamenti stereotipati che contrassegnerebbero negativamente anche gli altri membri del proprio gruppo di appartenenza.
Il nostro viaggio è giunto al capolinea. Ma prima di mettere un punto vorrei ricordarvi le parole di un vecchio detto che, alla luce di quanto visto, mi appaiono particolarmente sagge: “Ne uccide più la lingua che la spada”.
Bibliografia
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Sue, D.W., Spanierman, L.B., Le microaggressioni. La natura invisibile della discriminazione. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020 (tr.it. 2022).
Foto di Giancarlo Ciaccioli. Napoli, 2018.