Quando la fantasia ci fa morire. Una via di salvezza
Quante volte siete usciti a bere con amiche e amici e avete parlato della morte? Vi è mai capitato di farlo durante le cene di famiglia? E con il vostro o la vostra partner?
Siamo immersi in un contesto culturale che tende a valorizzare successo, benessere, giovinezza e spensieratezza, al punto da trasformare la morte in un vero e proprio tabù. E se non vi è spazio per parlare o pensare alla morte, la censura è ancora più severa con il fenomeno del suicidio.
Quando il pensiero di diventare gli artefici della propria fine si fa largo nella mente ci si trova spesso ad affrontarlo da soli. Un segreto indicibile al quale non è concesso la possibilità di incontrare altre menti. Lo spazio sicuro della psicoterapia diventa spesso l’unico luogo dove potergli dare voce ed essere accolto da qualcuno che riesca a sostenerne il peso senza provare a cambiare discorso.
Pertanto, “il suicidio resta in gran parte un fenomeno ancora sommerso: sottovalutato, sottaciuto, oppure addirittura negato.” (Rossi Monti, D’Agostino, 2012). Facciamo un passo avanti e proviamo a fare luce su un evento tanto tragico quanto oscuro e complesso.
Il suicidio, ossia l’atto consapevole e intenzionale di infliggersi in modo diretto o indiretto la morte, rappresenta il capitolo finale di storie e vicende anche estremamente diverse tra loro. Le specificità delle varie condotte suicidarie spesso, però, si inseriscono all’interno di un percorso tipico che estende i confini del fenomeno ben oltre la dimensione comportamentale.
Prima ancora di concretizzarsi in un atto, infatti, il suicidio incontra il mondo delle idee: il comportamento suicidario è sempre l’attuazione di un progetto fondato su un’idea concreta di uccidersi. Attenzione, però, questo non vuol dire che tutti coloro che raggiungono il livello dell’ideazione e del progetto suicidario procedono verso la stazione finale.
Ma ogni volta che affiora il pensiero di farla finita si è sempre così vicini al “momento del salto”?
La faccenda è un po’ più intricata, è possibile infatti lasciarsi andare a sperimentazioni anche esclusivamente virtuali, nelle quali il suicidio sosta nella dimensione fantastica.
E a quanto pare provare ad immaginare di togliersi la vita è un fenomeno molto più diffuso di quanto si creda. E’ stato riscontrato, infatti, che molte persone si abbandonano alla fantasia del suicidio, in determinate circostanze o in specifiche fasi evolutive.
Il percorso suicidario, quindi, si snoda lungo tre diversi livelli (fantasia suicidaria, ideazione e progetto suicidario, condotta suicidaria), ognuno delle quali rappresenta un sottoinsieme di quello precedente, per cui non tutti coloro che lo imboccano necessariamente giungono al capolinea.
Il rischio di un effetto a cascata si ha quando l’idea di morire non aiuta più a tenersi in piedi e a proseguire la propria avanzata nelle battaglie quotidiane.
Secondo alcuni studiosi nel momento in cui la fantasia del suicidio reclama il suo posto nel repertorio delle fantasie umane si è ufficialmente entrati a far parte del mondo degli adulti. Il pensiero di morire per mano propria è il segno che si è sviluppata l’individualità e si è assunta la piena responsabilità della propria vita, liberata dalla giurisdizione genitoriale.
Una volta fatta la sua comparsa, “lungi dall’essere l’anticamera del suicidio, la fantasia suicidaria sembra svolgere al contrario una funzione antisuicidaria” (Rossi Monti, D’Agostino, 2012). Attraverso il suo ruolo compensatorio consente al soggetto di mantenere o recuperare il proprio equilibrio, prevenendo così la deriva.
Ad esempio nei casi in cui i genitori ci puniscono ingiustamente essa aiuta ad esprimere la rabbia conseguente all’esclusione riducendo così la possibilità stessa dell’atto finale. Oppure quando tutto cade a pezzi, come una molla, la fantasia del suicidio ci riporta su e ci spinge a introdurre dei cambiamenti nella nostra vita, dando un tocco di colore all’usuale modo di vedere le cose e inibendo così la stessa condotta suicidaria.
Perciò quando la fantasia ci fa morire non sempre è il preludio della nostra fine. In fondo lo stesso F. Nietzsche (1886) sosteneva che: “Il pensiero del suicidio è un potente mezzo di conforto: con esso si superano molte cattive notti”.
Bibliografia
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Montesi L., La morte, il tabù che dà senso alla vita, (2 Novembre 2021) da https://www.centropagina.it/benessere/morte-tabu-che-da-senso-alla-vita/
Nietzche F., Al di là del bene e del male: Preludio di una filosofia dell’avvenire, Adelphi, Milano, 1886, (tr. it. 1977)
Pandolfi A.M., Il suicidio. Voglia di vivere, voglia di morire, Franco Angeli, Milano, (2000).
Rossi Monti M.., D’Agostino A., Il suicidio, Carocci Editore, Roma (2012).
Scocco P. et al., Prevalence of Suicide Ideation, Plans, and Attempts and Related Risk Factors in Italy: Results from the European Study on the Epidemiology of Mental Disorders – World Mental Health Study, in “Comprehensive Psychiatry”, 49, pp. 13-21 (2008).